Antonio Pascale: il (possibile) profilo dell’agricoltura di domani

«Chissà quando cominceremo, metaforicamente parlando, a dimenticare i sapori delle nonne e penseremo ai sapori che i nostri nipoti potranno assaggiare». Sta forse concentrata tutta qui la visione di Antonio Pascale, ispettore Mipaaft, scrittore, giornalista e divulgatore scientifico, di recente CremonaFiere per un intervento sulla rivoluzione agricola. Autore di libri (fra cui alcuni libri dedicati a pregi e difetti delle agricolture possibili) ha risposto ad alcune nostre domande su biologico, OGM, e sul futuro del settore…

Pascale, nelle sue apparizioni pubbliche parla in termini molto positivi del progresso tecnologico ottenuto fin qui, opponendo in qualche modo quel filone agricolo che – semplificando molto – possiamo definire “mainstream” a quello biologico. Perché ha sentito la necessità di instaurare questo differente tipo di narrazione e perché, come pare di capire, non la convince proprio un’idea di progressiva transizione al biologico?

La risposta è sì: sono per una progressiva e costante transizione al biologico, quindi facciamo subito pulizia. Naturalmente per biologico intendiamo qualsiasi pratica agricola che tende a produrre cibi buoni, alla portata di tutti e sostenibili. In questo contenitore che chiamiamo pratica biologica vanno considerate l’agricoltura di precisione e naturalmente le biotecnologie.

Il bio così come è comunemente inteso ha tanti buoni principi, tanti bei aggettivi, ma resta ancorato alla chimica. È chiaro che si usano agrofarmaci anche nel bio e la dizione naturale, tecnicamente, non vuol dire nulla (il rame lo producono le industrie chimiche, piccole e grandi che siano, e non è la natura in quanto tale che uccide l’insetto o il fungo dannoso per la pianta, ma una molecola chimica), e per quanto riguarda i fertilizzanti, purtroppo i 4 stomaci dei bovini non sono azoto fissatori. Se i bovini mangiano piante ricche di azoto restituiscono azoto. Spesso l’agricoltura bio è legata a quella convenzionale, i bovini, e non solo, mangiano piante ricche di azoto perché vengono dall’agricoltura convenzionale. Insomma, il bio, così com’è, tecnicamente, è un ginepraio.

Chi si rivolge al biologico (tanto da produttore quanto da consumatore) allora insegue una chimera? Quel tipo di prodotto a suo giudizio non ha un valore aggiunto oggettivo?

Il consumatore ha sempre ragione: vuole mangiare bene e consumare meno, quindi, proprio per questo, per sostenere la buona fede, è necessario offrire, incentivare l’immagine di un’agricoltura reale (e tecniche efficienti) e non immaginaria.

Alcune voci critiche sottolineano come l’affermarsi del biologico rischi indirettamente di creare prodotti di serie A e di serie B: alcune fasce di popolazione se lo possono permettere, altre no. È una analisi che condivide?

In questo momento sì. Naturalmente i dati ci dicono che il bio è sì in aumento, ma la maggior parte delle coltivazioni sono costituite da prati pascoli (un tipo di coltura che richiede una tecnica elementare, la stessa nel convenzionale e nel bio). Poi c’è l’olivo (spesso sopra i 600 mt, quindi la mosca non c’è), la vite e in minima parte ortaggi. Di fatto se il bio dovesse prendere terreno, le industrie chimiche produrrebbero più agrofarmaci bio e i piccoli mercati e supermercati bio diventerebbero grandi mercati e grossa distribuzione. Se il bio diventa di massa, i prezzi calano e credo anche le sovvenzioni, dunque magari verrebbe meno l’incentivo per produrre bio.

Che ruolo dovrebbe avere per lei la ricerca in campo agricolo oggi? E quanto si sta investendo realmente in ricerca? È lecito o utopico immaginare lo sviluppo di una agricoltura più efficiente, sostenibile, inclusiva e redditizia?

È auspicabile. Solo che i problemi dell’agricoltura italiana nello specifico sono da anni gli stessi. Per farla breve, al di là delle eccellenza nostrane, l’agricoltura italiana soffre. Frammentazione delle imprese: è appunto tutto molto piccolo, un piccolo mondo agricolo. Più piccolo è, e meno innovazione trovate. Esempio: l’olio. Appunto, il nostro prodotto d’eccellenza. A fronte di favorevoli conformazioni orografiche, al valore culturale e paesaggistico dell’olivo, insomma alla vocazione territoriale – l’olivo è una coltura del sud: in Puglia (373 mila ettari), in Calabria (186 mila ettari), in Sicilia (142 mila ettari), in Campania (73 mila ettari), in Toscana (92 mila ettari) e in Lazio (67 mila ettari) -, abbiamo una ridottissima dimensione delle aziende agricole. Siamo attorno all’1,78 ettari. Scomponiamo ancora il dato: il 38% delle aziende ha meno di un ettaro, mentre il 10 % delle aziende ha più di 10 ettari. Nel mezzo: una variegata classe di aziende con pochi ettari.

Poi c’è l’aspetto anagrafico degli olivicoltori: stanno invecchiando, il 41% è sopra i 65 anni, il ricambio generazionale è bassissimo. Basso è anche il grado di istruzione, e dunque – logica conseguenza – arriva il secondo punto critico: minore propensione all’innovazione. Viste le suddette problematiche ecco il paradosso olio: l’Italia è uno dei principali produttori e anche il principale importatore. Dunque prendiamo dalla Spagna, Grecia, Tunisia, Turchia, Portogallo e Francia. I colleghi che ogni tanto incontro nei miei giri ispettivi per il Ministero delle politiche agricole dicono sempre che noi italiani facciamo olivicoltura part-time. Il caso olio si può estendere a molti comparti, cereali, agrumi, zootecnia ecc.

Analizziamo meglio il numero di aziende italiane classificate per fasce di SAU (superficie agricola utilizzata): sono 1.755.094. Di queste, quasi un milione e 300 mila sono al di sotto dei 5 ettari. Capite bene, le dinamiche di cui sopra, e cioè frammentazione e costi alti, sono parecchio diffuse. Che poi, a proposito della frammentazione degli appezzamenti: non solo piccoli, ma pure dislocati qua e là per la campagna. Viviamo nel paese di Masterchef e ci siamo scordati delle amare terre mie. La fatica dei contadini. Eppure, era solo qualche anno fa. Le lunghe marce quotidiane per raggiungere il luogo di lavoro. Partenza a mezzanotte e arrivo all’alba. La stanchezza fisica, la prostrazione, la mancanza di cibo. Vedevi i fantasmi, i morti, le streghe. “Sono cose che capitano a noi contadine”. Così una contadina disse a Ernesto De Martino, con tutta la rassegnazione del caso. Così ho sentito dire tante volte a mia nonna, a mio nonno e a tutto il parentame contadino meridionale.

Tornando ai dati pratici, e noiosi. Le aziende che hanno un superficie compresa tra i 50 e i 100 ettari (la dove si comincia a vedere una larvata economica di scala) sono 31 mila e passa. Solo 89 aziende hanno una SAU superiore ai 1000 ettari. L’unica azienda sopra i 6000 ettari sono proprio le Bonifiche Ferraresi. Dunque capite bene quanto sia stridente il contrasto tra il chiacchiericcio intorno all’agricoltura immaginaria e la dura realtà della terra.

Altro tasto dolente che lei tocca nei suoi libri e nei suoi incontri pubblici sono gli OGM. Perché trova insensate le perplessità di chi mette in guardia da possibili ricadute negative sulla salute umana?

Cerco di dare una risposta tecnica. Io non penso niente, leggo i report: rischi per la salute non ce ne sono. Ma vediamo di arrivarci:

A) Si definiscono (ma è una definizione inappropriata) OGM quelle culture prodotte con la rivoluzionaria tecnica del DNA ricombinate. Grazie a questa metodologia si trasferisce solo il gene a noi utile da una coltura all’altra. È una differenza importante, perché si effettuano, come dire, interventi mirati, un po’ come operare con il laser.

B) Tutto quello che mangiamo è modificato (per questa la definizione OGM è incongrua). Da tempi remoti l’uomo trasferisce geni da una pianta all’altra, attraverso varie tecniche che forzano la natura: incrocio, mutagenesi, poliplodia, fusione di protoplasti, ecc. L’uomo, quindi, crea prodotti che non esistevano. È un continuo miglioramento, non solo genetico. Se riusciamo a usare meno pesticidi non è perché usiamo la parola magica: biologico ma perché in alcune colture sono state inserite resistenze a malattie varie. Da poco, per fare un esempio, è stata introdotta in una varietà di lattuga la ventesima resistenza alla peronospera, un fungo.

La verità è che il concetto di naturale non esiste, e non esistono cibi naturali del tempo andato. La natura è solo il prodotto di un’equazione. Noi modifichiamo l’ambiente, l’ambiente modifica noi, il risultato, in continua evoluzione, è appunto la natura. Tornando agli OGM. quelli attualmente coltivati (non in Italia): soia, cotone, mais e colza, non sono affatto chimere mostruose, ma risultano utili perché in grado di combattere alcuni ordini di insetti (coleotteri, lepidotteri e ditteri). Nei primi anni del 900, alcuni ricercatori giapponesi scoprirono che un batterio, il Bacillus th. produceva, per difendersi (quando entrava in quiescenza) alcune tossine, chiamate appunto Cry, cristallo. Queste tossine risultarono letali per tre ordini di insetti: lepidotteri, coleotteri e ditteri. E fin qui. Fatto nuovo è che la tossina era innocua per i mammiferi. Per due ragioni: si attiva in ambiente basico, PH superiore a 7.

La nostra prima a barriera è lo stomaco, con PH acido. Seconda: nell’intestino dei mammiferi non è presente il recettore, quindi anche in questo caso (ma non solo per questo), Cry non si attiva, passa tranquillamente nell’intestino e viene espulsa. La proteina è stata testata centinaia di volte, praticamente tutti i mammiferi l’hanno ingurgitata, in abbondanti dosi e sempre con lo stesso risultato: possiamo stare tranquilli. Tanto è vero che Rachel Carson, ai tempi dei favolosi anni ‘60, propose questa tossina come alternativa naturale agli allora più invasivi insetticidi. Oh, scusate il bisticcio, naturalmente, noi sappiamo bene che in fondo non è proprio naturale. Cioè, non è che il batterio si produce così, da solo, naturalmente. Bisogna mettere su della piastre per la riproduzione del Bacillus Bt., usare una tossina depotenziata, predisporre gli eccipienti, e insomma: “same old story”, per fare il naturale su larga scala, sempre un’industria chimica ci vuole.

Tuttavia, passi da gigante sono stati fatti per rendere questa tossina più sicura, all’inizio, per esempio, si buttavano nel campo direttamente i batteri, poi si è capito che anche se era una pratica naturale poteva essere pericolosa, e fatto sta che questa proteina funziona ancora ed è appunto il punto di gravità attorno alla quale ruotano la maggioranza delle formulazioni bio. Qualcuno, poi, più bio dei bio, e cioè bio 4.0, ha pensato di essere ancora più innovativo. Comunque devi buttare (in soluzione aerosol) l’insetticida nei campi, passare con le macchine ecc.

Queste tossine possono finire su altre erbe e uccidere alcuni insetti utili, come la coccinella. Ma allora, perché non portare avanti il testimone del bio? Usiamo il tratto genico del batterio che produce la tossina e inseriamolo nel DNA di alcune piante, così sarà la pianta stessa a produrre la tossina, tra l’altro, in concentrazione minori rispetto a quelle che si usano in campo. Solo quegli insetti che predano la pianta muoiono, gli altri no. E infatti, nei campi OGM ci sono più coccinelle, e questo grazie ai bio 4.0 che con obiettivi nobili, da decenni, stanno cercando di usare, là dove è possibile, meno chimica (ma anche la chimica ha fatto passi da gigante ed è meno invasiva, più bio).

Attualmente la ricerca sugli OGM è bloccata da una assurda moratoria voluta da Pecorario Scanio e da Alemanno.

La nostra ricerca pubblica era riuscita, con pochi soldi a produrre OGM davvero utili. Un esempio su tutti: il pomodoro San Marzano resistente al virus del mosaico, un virus che ha distrutto tutta la nostra produzione. Avremmo dunque un prodotto tipico in più su cui puntare e non un pomodoro tipo san Marzano (è un ibrido americano) da spacciare per tipico. Produrre fisicamente un OGM non costa niente, quello che costa è portarlo in campo. Bisogna superare parecchi controlli e il conto da pagare è salato, molti milioni di dollari. Nessuna coltura passa dei controlli così rigorosi: sposti con le tecniche tradizionali tanti geni e non ti chiedono niente, ne sposti uno e sollevi paure immotivate.

Le nostre università e non solo, quelle non hanno soldi e sono costrette negli anni a cedere i brevetti alle multinazionali del biotech, le uniche in grado di pagare il conto. Se si desse il via libera alla ricerca e si abbassassero i controlli, a detta di tanti inutili, i nostri genetisti produrrebbero piante migliori, più sane e più gustose, così non rimpiangeremo più il passato che genera frustrazione e saremo finalmente un paese in grado di usare e valutare gli strumenti che il presente ci mette a disposizione e sperare così in un buon futuro.

Come immagina l’agricoltura del futuro più prossimo?

Soprattutto in campo agricolo, ma non solo, un fantasma si aggira per l’Italia: il fantasma del piccolo è bello. Si introduce, spesso a tradimento, nei nostri discorsi progettuali. Il fantasma è seducente e allora diciamo che piccolo è bello a patto che sia fornito di grande tecnologia. Piccolo è bello, dunque, se produce in grande e per il mondo intero e non solo per i mercatini rionali. Diciamo che piccolo è bello se segue il modello Olanda. Sì, questo piccolo paese si prepara a sfamare il mondo, e a basso costo. E senza tanti agrofarmaci. Il modello Olanda è affascinante e poco conosciuto, nemmeno gli addetti ai lavori interrogati in merito riescono a fornire le cifre esatte. Immaginate la fatica che possono fare gli opinion maker che sulle maggiori testate, in campo agricolo, assumono tre posizioni: “no innovazione”, “sì ai vecchi sapori” e appunto “piccolo è bello”.

Di recente un bel saggio di Frank Viviano sul National Geographic Magazine analizza il piccolo modello Olanda. Bene, immaginate di dover rappresentare la produzione di pomodori (nostro antico vanto, vanto che ci fa dire: non ci sono più i pomodori di una volta) con degli edifici. Più produci, più l’edificio è alto. Ebbene, così, a naso, secondo voi quanto produciamo noi: quanto la Cina, quanto l’America? Provate a seguire il vostro istinto e disegnate. Io per esempio avrei fatto così: un grattacielo altissimo, per la produzione degli USA, un palazzo di 40 piani per la Cina e via via edifici sempre più bassi l’Italia, l’India ecc. L’Olanda? L’Olanda nemmeno l’avrei considerata. Che vuoi farci, sono solito vederla dall’alto, quando l’aereo sorvola i Paesi Bassi, e che vedo? Tutte serre e poca terra e strutture idrauliche per conservare la distanza tra acqua e terra. Ebbene, ci credete che il grattacielo appartiene all’Olanda? Ci credete che, in rapporto alla superficie coltivata, gli olandesi hanno un grattacielo di 100 piani e gli USA, la Spagna, appena 10? Noi stiamo a 5. Ci credete o no che questo paese nel giro di trent’anni, mentre noi rimpiangevamo i sapori di una volta è riuscito a diventare il leader al mondo per la produzione di pomodori e non solo?

Come mai? Si è innestato un rapporto molto proficuo tra un innovativo istituto di ricerca, il WUR e le centinaia di agricoltori. Lo scambio ha fatto sì che venissero scoperte, testate e applicate su piccola scala tecniche agricole che in genere si usano su larga scala (agricoltura di precisione, tecnologia all’avanguardia, coltivazione fuori suolo, ecc). Il risultato che in queste serre si producono ottimi prodotti con basso investimento energetico. Per fare un esempio un acro (meno di mezzo ettaro) di insalata in serra produce quanto 10 acri in campo e non è finita: si riducono del 97% gli agrofarmaci. Questo piccolo paese è cosciente di una cosa: entro il 2050, la Terra ospiterà fino a 10 miliardi di persone. Se non si raggiungono massicci aumenti di produzione, combinate con riduzioni massime dell’uso dell’acqua e dei combustibili fossili, un miliardo di persone potrebbero affrontare la fame. Così gli olandesi, invece di affidare la soluzione di questa sfida a improbabili e vetusti opinion-maker hanno responsabilizzato e finanziato la ricerca scientifica: piccolo istituto, piccole start-up, piccole serre. Risultato? Un piccolo passo per il singolo contadino un grande passo per l’umanità agricola. Chissà quando cominceremo, metaforicamente parlando, a dimenticare i sapori delle nonne e penseremo ai sapori che i nostri nipoti potranno assaggiare.